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di Alessandro Asaro, Head of Communication Fondazione Politecnico di Milano e PoliHub

Nel mondo sempre più frenetico in cui viviamo, con i suoi stravolgimenti e le incertezze crescenti, l’interrogativo sul futuro assume un ruolo sempre più centrale nelle nostre vite.

Ma oggi parlare di futuro è semplicemente complicato. Complicato significa che presenta difficoltà (non sempre inevitabili) di comprensione o, peggio, di orientamento. Ecco la chiave, l’orientamento. Oggi le divisioni politiche sembrano sempre più profonde e le minacce globali come il cambiamento climatico e le tensioni geopolitiche richiedono soluzioni urgenti ed è facile cadere nella disperazione. Le nuove generazioni, inclusa la mia, guardano al presente in maniera anacronistica e spesso faticano a reggere la sfida dell’adattamento al presente. Nei social eliminiamo i feed e lasciamo solo l’ultimo aggiornamento, come a dire “conta solo ciò che accade da questo momento in avanti”. In questo scenario (presente) mi sono chiesto più volte se non abbia più senso allora vivere il futuro, ma qui un altro interrogativo: quando è futuro? La parola futuro ci fa pensare subito alla macchina del tempo di Back to the Future in cui con un balzo in avanti (o indietro) si accedeva a tecnologie, mondi e modi di vivere che prima sembravano tutt’altro che verosimili. Nel film però i protagonisti si accorgono che ciò che fanno oggi influenza inesorabilmente gli avvenimenti successivi. La domanda specifica che mi sono sempre posto quindi non è tanto cosa è il futuro ma piuttosto quando inizia il futuro? Sembra essere una sorta di destino non scritto che mi porta ogni volta a convincermi che qualcuno debba intervenire per cambiarlo in meglio: deve essere scritto o può essere riscritto. I due protagonisti corrono tutti i rischi possibili pur di riuscire nel loro intento, tranne uno: il rischio di non fare nulla. Non agire infatti potrebbe comportare il rischio di ritrovarsi impreparati per le sfide future.

Ora se torno alla mia vita e mi guardo allo specchio mi ritengo tra i più fortunati: sono un ottimista. Questa indole mi ha portato ad avere passioni creative, essere impegnato socialmente e fare un lavoro che genera innovazione e cambiamento: “Sparkling innovation for a brighter future” è il claim della Fondazione Politecnico di Milano per cui lavoro e “We are here to make it happen” quello di PoliHub, l’incubatore di startup gestito dalla Fondazione, due luoghi che incarnano il potere della convergenza tra conoscenza, risorse e creatività. Da qualche anno abbiamo preso una decisione che vuole essere pura, che ci crediate o no, e ci impegniamo per questo: ispirare le persone.

Rovistando recentemente tra i documenti storici di Fondazione Politecnico mi sono imbattuto in una lettera di Amalia Ercoli Finzi all’allora Rettore che, a proposito del dar vita o meno ad una fondazione universitaria, citava la parabola dei talenti: “Noi non saremo giudicati per gli errori fatti, ma per quanto di buono era in nostro potere fare e non avremo fatto”. Guardare al futuro con ottimismo è essenziale per ispirare azioni positive e guardare al desiderabile. L’ottimismo ci motiva, modelli disruptive ci spostano dalle confort zone per guardare soluzioni impossibili per superare le sfide che il mondo affronta. La tecnologia si erge come una delle forze trainanti di questo cambiamento. Ma la tecnologia è il nostro salvatore o una lama a doppio taglio? È una tecnologia al servizio di? Siamo in un mondo in cui dobbiamo essere critici, ma non necessariamente pessimisti perché sì, le sfide sono reali, ma anche le opportunità. L’equilibrio tra progresso scientifico, tecnologia e benessere richiede una costante riflessione e un dialogo aperto tra tutte le parti interessate e ritengo che la fiducia possa essere guadagnata attraverso la consapevolezza collettiva. Dico “collettiva” perché la creazione del futuro non è responsabilità esclusiva di pochi individui o entità, ognuno che lo voglia o meno è già coinvolto e proprio il futuro è il palcoscenico su cui siamo, attenzione, già chiamati ad affrontare le sfide globali ed è sul palcoscenico che vogliamo rimanere.

Abbiamo deciso di andare a teatro e portare la gente a teatro con qualcosa che non è propriamente un talk. Lo abbiamo chiamato “Affamati di futuro”, perché la fame è un bisogno potente. Vogliamo che emergano nuove domande, che il pubblico si metta in discussione e che insieme esploriamo il terreno incerto del presente attraverso uno sguardo più chiaro sul futuro. Il nostro invito ad “Affamati di Futuro” è un invito all’ottimismo, all’apertura mentale e alla riflessione profonda. Non abbiamo tutte le risposte, ma siamo pronti a condividere domande, dubbi e prenderci dei rischi, tranne quello del non fare nulla.